[STARFIGHTER] You are (not) him
May. 14th, 2015 11:32 pmFandom: Starfighter
Pairing: Cook/Navigator
Rating: NSFW
Avvertimenti: dub-con, age difference
Wordcount: 2866 (FDP)
Cosa sto per leggere: il desiderio del comandante Cook per Abel è talmente e malsanamente forte che lo cerca in ogni ragazzo che passa per il suo ufficio e gli ricorda vagamente il Navigator
Scritto per la seconda settimana delle Badwrong Weeks di
maridichallenge.
Ha un corpo teso sotto di sé; muscoli e carne, ossa piccole e sottili, così come le braccia e le gambe che si agitano invano, più per il tremore impaurito che le percorre che per un effettivo tentativo di fuga. Si lecca le labbra, sono solo carne e muscoli, si dice, e guarda giù: le palpebre strette del ragazzo, i suoi denti serrati, il suo petto agitato; ha paura, potrebbe capirlo persino ad occhi chiusi eppure non gli importa, così come non gli interessa far finta di toccarlo con mani gentili, ricoprirlo di baci fino a quando non sarà lui a implorarlo di concedergliene altri, trascinarlo verso di sé con le attenzioni che si regalano agli amanti.
Non ricorda nemmeno il suo nome; o forse non lo vuole pronunciare e basta, non vuole che sfiori la superficie della coscienza. Il ragazzo è solo carne e muscoli, dopotutto, e potrebbe spezzarlo con la punta delle dita; l’unica ragione per cui si trova disteso sulla scrivania del Comandante sono i suoi capelli chiari e quel viso da ragazzino che potrebbe essere scambiato per mille altri.
Si abbassa su di lui e mentre gli sfiora la pelle con i denti lo sente sussultare, la sua voce gli trema nei timpani, fragile e sottile. Troppo debole per essere la sua.
E’ ridicolo. Eppure lo morde lo stesso, stando attento a non lasciare segni così che nessuno possa fare domande, così che il ragazzo non abbia niente a cui aggrapparsi, se mai vorrà raccontare a qualcuno della sua umiliazione. Chiude i denti sulla sua spalla, chiude gli occhi sul suo viso in lacrime ed il giovane singhiozza, solleva una mano e l’aggrappa al suo braccio, stringendo come se fosse l’unico modo per sparire o morire.
Chissà se desidera la morte. Chissà se lo odia. Chissà se lui lo odierebbe.
No. Con Abel sarebbe gentile. Lo distruggerebbe lentamente, bacio dopo bacio, un morso alla volta, lo farebbe implorare solo per potergli dare tutto ciò che desidera, farebbe l’amore con lui ovunque e lo proteggerebbe come un fiore in mezzo alla bufera. Sarebbe suo e suo soltanto. Gli farebbe conoscere l’amore, quello vero, quello assoluto, fino ad annientarlo.
Ma non è Abel – non ancora. E’ solo carne e muscoli, questo ragazzo, ed è talmente debole che nemmeno nella paura riesce a trovare la forza per opporsi.
“Voglio entrarti dentro”, gli soffia ad un orecchio. “Usa le dita per prepararti, altrimenti faccio da solo.”
Un lamento sfugge dalle labbra sottili del giovane, ma nulla di più. Per un po’ si sente solo il rumore dei suoi respiri spezzati, la presa delle sue dita tremanti sul braccio del comandante che si allenta appena, timida, e alla fine si lascia andare sconfitta. Quelle stesse dita risalgono il corpo, Cook incrocia per un attimo lo sguardo del ragazzo prima che questo lo distolga con un cenno agitato del capo, e poi lo osserva infilarsi indice e medio in bocca ed iniziare a succhiare.
“Alzati in piedi e girati, voglio vedere.”
Indietreggia quanto basta a lasciargli lo spazio per scendere dalla scrivania e permettergli di dargli le spalle, mentre questo allunga la mano umida di saliva fra le cosce ed inizia a massaggiarsi, senza riuscire a trattenere un verso misero e fragile.
E’ ridicolo, continua a ripetere una voce nella sua testa, eppure Cook non riesce a fermarsi, nemmeno ora che sente l’impulso assurdo di mettersi a piangere assieme a questo ragazzo senza nome e senza colpe. Riesce solamente ad allungare una mano verso la sua nuca e a catturare ciocche bagnate di sudore fra le dita, che accarezza con la delicatezza che non è riuscito ad usare fino ad ora.
La pena che prova non ha più confini: se stesso, il Navigator, l’idea che Abel non avrà mai lo stesso sguardo imbarazzato e confuso che hanno i suoi compagni quando entrano in questo ufficio, consci solo a metà di ciò che li aspetta.
Si sporge a baciargli una spalla.
“Signore…”, lo sente mormorare, e sa che si tratta di un supplica. Quella parola è scivolata sulla lingua e sulle labbra di molti altri Navigator, a volte durante una missione, altre volte su questa stessa scrivania, accompagnata da un sorriso malizioso e da versi di piacere, ma non adesso. Questo ragazzo ha solo paura, e la sua voce trema d’incertezza, debole, debole.
Se lo merita, si dice, eppure E’ ridicolo, sei ridicolo, continua a ripetergli la voce.
Non gli importa.
“Obbedirai al tuo Comandante?”, glielo chiede ad un orecchio.
Il corpo del giovane si scuote senza forza, eppure lo sente annuire rassegnato.
“Voglio sentirlo.”
“… Si Signore.”
“Allora fai quello che ti ho chiesto”, sibila, e intanto impunta due dita in mezzo alle sue scapole e lo spinge in avanti, lo fissa senza dire niente quando il ragazzo allunga una mano per sostenersi contro il bordo del tavolo, e rimane in silenzio anche quando divarica timidamente le gambe e si sporge sulla scrivania, abbassando la testa e chiudendo gli occhi. Persino quando spinge riluttante il primo dito fra le natiche, l’unico rumore che riempie a fatica la stanza è il suo gemito maldestramente catturato in gola.
Il Navigator si prende tutto il tempo per infilare tutto quanto il dito, ma Cook non ha fretta di leggere il suo corpo. Le spalle tese e strette attorno al collo gli suggeriscono tutto il disagio che il ragazzo non ha il coraggio di confessare, e persino la difficoltà con cui si sta penetrando con un solo dito parla più di tutte le parole che potrebbe dirgli.
Se lo fermasse adesso potrebbe ancora sperare di salvare un briciolo di orgoglio per entrambi.
E invece no, non vuole.
Non può.
“Due dita”, ordina, la voce immobile che richiama un brivido sulla schiena del Navigator.
“Si… signore”, risponde l’altro, Cook non è nemmeno sicuro del perché: non gli ha mai chiesto di chiamarlo così, non l’ha mai chiesto a nessuno dei ragazzi che vanno e vengono dal suo ufficio – non a quelli che piega sulla scrivania e si scopa immaginando di essere altrove, almeno. Ma non gli importa nemmeno questo, dopotutto; che lo chiami come vuole, che sia per tentare di mettergli pietà o per farlo contento – non gli importa. Vuole solo scoparlo chiudendo gli occhi e poi mandarlo via come se non fosse mai successo.
Le gambe sottili tremano quando il giovane tenta di infilare un secondo dito accanto al primo. Sente il suono secco e singhiozzato di un lamento, immagina le nocche della sua mano sbiancare attorno al bordo della scrivania e le ciglia inumidirsi di lacrime che spingono per riversarsi sulle guance. “Avanti”, gli dice, “spingi di più, non sono ancora dentro completamente.”
Ed il ragazzo obbedisce. Le dita sprofondano lentamente, costringendo i muscoli a fare spazio senza guadagnarne in cambio nemmeno un briciolo di piacere, solo dolore, solo l’imbarazzo un po’ crudo che può restituire l’idea di star violando il proprio corpo senza volerlo davvero.
Inizia a muovere entrambe le dita avanti indietro, ancora ostinato nel trattenere versi ed intrappolarli in gola, una scelta che Cook scopre di apprezzare, come suggerisce l’erezione crescente sotto la divisa.
“Va bene”, la suo voce schiocca come un frusta ed il ragazzo sussulta, ma non si ferma. “Basta, non ho tutto il tempo del mondo. Girati.” Si gira, le dita umide e tremanti che ha usato per prepararsi ora abbandonate lungo il fianco e lo sguardo, ricolmo di senso di colpa ed imbarazzo, gettato a terra. Cook non dice niente, questa volta; abbassa la zip dei pantaloni e libera l’erezione dalla costrizione della biancheria, ed il ragazzo capisce. Si morde nervosamente un labbro, ma subito cade sulle ginocchia, ad occhi chiusi, lo prende in bocca ed inizia a succhiarlo.
Le sue labbra sono tiepide, la sua lingua veloce, e tutto sommato ci sa fare. Cook chiude la mano a pugno attorno ai suoi capelli e lo sente tremare, eppure sorride piano – non sa bene perché – e si trattiene dal fargli male, accompagnando invece l’oscillare della sua testa con dolcezza, quasi, e lasciandogli il tempo di abituarsi all’intrusione.
Non dura a lungo, la sua pazienza: non ha nemmeno iniziato a sentire il piacere pizzicargli il ventre quando lo spinge via, evitando di incrociare il suo sguardo sbigottito, concentrandosi invece sul rosso acceso delle sue labbra gonfie e sul ritmo frenetico che segue il suo petto quando si alza ed abbassa come se l’aria non fosse mai abbastanza.
“Voglio scoparti”, gli dice, sorprendendosi di quanto sia roca, la sua stessa voce – di quanto ne abbia effettivamente bisogno.
Il ragazzo tace, ha l’aria di una bestia ferita ma incapace di contrattaccare. Lo fa infuriare perché non ha idea di come entrare nella parte, di come fargli credere che non sia chi è davvero, bensì chi Cook pretende che lui sia.
Lo fa infuriare perché non è Abel, ed è ridicolo, perché l’ha scelto perché il suo viso gli ricorda quello di Abel.
“Hai ancora intenzione di obbedire?”, gli chiede, senza pretendere che l’altro lo guardi – ed infatti getta lo sguardo a terra ed esita, ma alla fine annuisce senza far rumore.
Cook piega le ginocchia e si abbassa di fronte a lui, catturandogli le labbra in un bacio. L’eco di un gemito si frappone fra loro ma non basta a convincerlo a lasciarlo andare; gli mordicchia un labbro, poi spinge la lingua fra i denti dell’altro, cercando la sua, che timidamente lo lecca e poi si lascia rincorrere.
Basta così.
Si alza e lo trascina in piedi prendendolo per mano. “E’ l’ultima occasione per uscire da questo ufficio”, gli dice, senza toccarlo più. Glielo legge nel modo in cui allontana gli occhi e stringe le labbra, persino nel riflesso nervoso che gli fa serrare le gambe e strofinarsi le mani contro le cosce – lo sa, non è uno stupido: il giovane vuole del sesso, come tutti i ragazzini della sua età, ma non da lui.
E’ per questo che sente sul palato il sapore amaro di bile quando, infine, il Navigator mormora, con voce traballante, “Sono ai suoi ordini, signore”, come se fosse un automa.
Cook non ricorda più cosa avesse sperato di sentirgli rispondere ma, come infinite altre volte prima di ora, non ha importanza. Fa voltare il ragazzo e lo spinge verso la sedia, fino a che questo non è costretto a sollevare un ginocchio e a poggiarvelo sopra, tenendosi in equilibrio con entrambe le mani aggrappate allo schienale. Da questo momento in poi Cook non vuole più parlare. Gli lascia in mezzo alle scapole un bacio silenzioso e casto e, anche quando le labbra schioccano senza rumore sulla sua pelle e l’altro sussulta piano, non scosta la bocca e rimane lì, appoggiato alla sua schiena, sfiorandogli la nuca e l’attaccatura dei capelli con la punta del naso, fino a quando non lo sente piegarsi appena in avanti, con il respiro accelerato.
Cook chiude gli occhi e sorride per sé. Deve essersi davvero rammollito se ora aspetta persino che i Navigator inizino a rilassarsi prima di scoparseli; anni fa non avrebbe dovuto chiedere, non avrebbe dovuto parlare: l’avrebbe piegato sulla scrivania, con ancora i vestiti addosso, e se lo sarebbe preso frettolosamente, senza nemmeno lasciargli tempo di urlare.
Ora, però, è diverso. Ora gli piace pensare di trovarsi altrove, immaginare di fare l’amore, non di scopare, e anche se il giovane non ha nome lui gliene dà uno, gli concede di essere la persona che ama, per questa volta soltanto. E’ un grande onore. E allora perché continua a trattenere il fiato e le lacrime, questo ragazzo?
Non importa.
Gli entra dentro con la punta e non importa più. La schiena del giovane, che prima gli premeva contro il petto, si inarca percorsa da un tremore, ma Cook lo tiene fermo avvolgendo un braccio attorno al suo bacino e lo stringe contro di sé, contro il petto, baciandogli la punta di un orecchio mentre spinge i fianchi in avanti e lo penetra lentamente fino ad affondare dentro di lui, anche se è così stretto da costringerlo a fermarsi più volte per lasciarlo abituare, per permettere ai suoi muscoli di rilassarsi ed aggiustarsi attorno alla sua erezione. Ad ogni centimetro che guadagna, il ragazzo si lascia sfuggire versi piccoli e strozzati, sempre più sconnessi, fino a quando Cook non l’ha riempito del tutto, e allora lui si concede tempo per riprendere fiato, per raccogliersi attorno al dolore e a quel poco di piacere che riesce a provare. Poi, dopo attimi interi in cui rimangono immobili, il fiato del comandante che si riversa bollente sulla spalla del ragazzo, Cook comincia finalmente a muoversi. Inizia piano, indietreggiando senza fretta per poi affondare di nuovo fino in fondo, e gli piace, nonostante il Navigator sembri incapace di rilassarsi – è come se i suoi muscoli volessero inghiottirlo, e allo stesso tempo ha paura che uscendo del tutto da lui non sarebbe più in grado di penetrarlo di nuovo. Eppure ogni spinta è più ampia, il suo bacino inizia ad oscillare avanti ed indietro, l’apertura del giovane si abitua e sembra modellarsi su di lui, così come la sua voce, inizialmente timida e turbata, poi sempre più sconnessa, interrotta da gemiti lascivi e versi piccoli ma roventi che scivolano loro addosso come zucchero fuso.
Cook si sporge in avanti a baciarlo su una tempia quando il ragazzo si libera di ogni freno e getta il capo all’indietro, sbattendo con violenza la nuca contro la sua spalla. Gli cattura le labbra spalancate, poi, affondandovi la lingua e costringendolo a torcere il collo per ricambiare. Fanno sesso in modo disordinato, perdendo ogni parvenza di ritmo, modellandosi uno sull’altro fino a quando il ragazzo non diventa un corpo minuscolo e convulso, fino a quando ogni spinta, brusca e violenta, non lo fa tremare e cacciare versi di sofferenza mischiata a quel pizzico di piacere che ancora riesce a sentire, e che in fondo il suo corpo gli impedisce di ignorare.
Cook lo fa venire quando scorge la prima lacrima rigargli una guancia, prendendo la sua erezione in mano e iniziando a masturbarlo freneticamente fino a quando non lo sente urlare ingoiando gemiti in gola e lasciandosene sfuggire la maggior parte, mentre sparge schizzi di seme sul tessuto della sedia e si accascia sulle ginocchia tremanti, incapace di rimanere in piedi. Cook lo raggiunge poco dopo, quando ormai nel ragazzo non rimane che fiato e vergogna; lo riempie del proprio sperma e continua a spingere, fino a quando non è speso del tutto, quindi si blocca.
Ha un corpo teso sotto di sé, piccolo e spaventato, fatto di muscoli e carne e bagnato di seme e lacrime. Lo stringe a sé per attimi che vorrebbe fossero infiniti, e lui si lascia abbracciare, sconfitto ed immobile, inseguendo respiri che sembrano non bastare mai.
Alla fine, però, Cook lo lascia andare. Esce da lui e lo guarda accasciarsi sulla sedia mentre si fa sfuggire un ultimo mugolio contrito, quindi solleva i pantaloni ed aggiusta la zip, allungando una mano per cercare gli occhiali che aveva abbandonato sul tavolo. Li indossa senza fretta e si gira di nuovo. Trova il ragazzo in piedi, le braccia strette al petto e strisce di seme che gli colano in mezzo alle cosce, gli occhi umidi e rintanati dietro uno sguardo mortificato che cerca di fingersi solamente timido e imbarazzato.
“Mi – mi scusi, signore”, mormora, la voce quasi troppo sottile per essere udita.
Cook inarca un sopracciglio. “Per quale motivo?”, gli chiede, cercando di nascondere un accenno d’impazienza.
Il ragazzo volge il capo e fa un cenno del mento verso la sedia. “Le ho… sporcato la sedia, signore. Mi spiace”, vorrebbe non darlo a vedere, ma Cook percepisce lo stesso il panico che fa vacillare la sua voce, gli occhi sull’orlo del pianto. Si abbassa e raccoglie il mucchio di vestiti che poco fa lui stesso ha gettato a terra, dopo averlo spogliato.
“Non importa”, glieli porge, e l’altro allunga impacciato un braccio ad afferrarli, tenendo l’altro raccolto al petto come se fosse pronto a contrattaccare o difendersi, se il comandante desse segno di volersi avvicinare ancora. Decide di ignorarlo. Di solito sono molto più grati, i mocciosi che passano di qui, persino quelli più timidi. “Vestiti”, soffia, allungando le dita a sfiorare un fascicolo sulla scrivania. “Ho il tuo rapporto. Appena sei pronto puoi andare, soldato.”
Il giovane annuisce senza forza ed inizia a vestirsi, senza che ci siano più parole fra di loro, senza quasi fare nemmeno rumore. Alla fine si rivolge di nuovo a lui e china il capo, dal lato opposto della scrivania. “Con permesso, signore.”
“Vai pure. La prossima volta che devi fare rapporto su una missione puoi rivolgerti direttamente a Keeler, se preferisci.”
Le guance del ragazzo avvampano, tingendosi di rosso sulle punte. Tutto quel che riesce a dire è un timido, “Signore”, e Cook non riesce a capire se quella che distingue nella sua voce è una punta di sincero sollievo.
Ma, in fondo, nel momento esatto in cui il ragazzo si volte e sguscia via oltre la porta automatica, quando non rimane che silenzio, odioso e confortante, a fargli compagnia, Cook si ripete per l’ultima volta che non gli importa. E torna al lavoro.
Pairing: Cook/Navigator
Rating: NSFW
Avvertimenti: dub-con, age difference
Wordcount: 2866 (FDP)
Cosa sto per leggere: il desiderio del comandante Cook per Abel è talmente e malsanamente forte che lo cerca in ogni ragazzo che passa per il suo ufficio e gli ricorda vagamente il Navigator
Scritto per la seconda settimana delle Badwrong Weeks di
Ha un corpo teso sotto di sé; muscoli e carne, ossa piccole e sottili, così come le braccia e le gambe che si agitano invano, più per il tremore impaurito che le percorre che per un effettivo tentativo di fuga. Si lecca le labbra, sono solo carne e muscoli, si dice, e guarda giù: le palpebre strette del ragazzo, i suoi denti serrati, il suo petto agitato; ha paura, potrebbe capirlo persino ad occhi chiusi eppure non gli importa, così come non gli interessa far finta di toccarlo con mani gentili, ricoprirlo di baci fino a quando non sarà lui a implorarlo di concedergliene altri, trascinarlo verso di sé con le attenzioni che si regalano agli amanti.
Non ricorda nemmeno il suo nome; o forse non lo vuole pronunciare e basta, non vuole che sfiori la superficie della coscienza. Il ragazzo è solo carne e muscoli, dopotutto, e potrebbe spezzarlo con la punta delle dita; l’unica ragione per cui si trova disteso sulla scrivania del Comandante sono i suoi capelli chiari e quel viso da ragazzino che potrebbe essere scambiato per mille altri.
Si abbassa su di lui e mentre gli sfiora la pelle con i denti lo sente sussultare, la sua voce gli trema nei timpani, fragile e sottile. Troppo debole per essere la sua.
E’ ridicolo. Eppure lo morde lo stesso, stando attento a non lasciare segni così che nessuno possa fare domande, così che il ragazzo non abbia niente a cui aggrapparsi, se mai vorrà raccontare a qualcuno della sua umiliazione. Chiude i denti sulla sua spalla, chiude gli occhi sul suo viso in lacrime ed il giovane singhiozza, solleva una mano e l’aggrappa al suo braccio, stringendo come se fosse l’unico modo per sparire o morire.
Chissà se desidera la morte. Chissà se lo odia. Chissà se lui lo odierebbe.
No. Con Abel sarebbe gentile. Lo distruggerebbe lentamente, bacio dopo bacio, un morso alla volta, lo farebbe implorare solo per potergli dare tutto ciò che desidera, farebbe l’amore con lui ovunque e lo proteggerebbe come un fiore in mezzo alla bufera. Sarebbe suo e suo soltanto. Gli farebbe conoscere l’amore, quello vero, quello assoluto, fino ad annientarlo.
Ma non è Abel – non ancora. E’ solo carne e muscoli, questo ragazzo, ed è talmente debole che nemmeno nella paura riesce a trovare la forza per opporsi.
“Voglio entrarti dentro”, gli soffia ad un orecchio. “Usa le dita per prepararti, altrimenti faccio da solo.”
Un lamento sfugge dalle labbra sottili del giovane, ma nulla di più. Per un po’ si sente solo il rumore dei suoi respiri spezzati, la presa delle sue dita tremanti sul braccio del comandante che si allenta appena, timida, e alla fine si lascia andare sconfitta. Quelle stesse dita risalgono il corpo, Cook incrocia per un attimo lo sguardo del ragazzo prima che questo lo distolga con un cenno agitato del capo, e poi lo osserva infilarsi indice e medio in bocca ed iniziare a succhiare.
“Alzati in piedi e girati, voglio vedere.”
Indietreggia quanto basta a lasciargli lo spazio per scendere dalla scrivania e permettergli di dargli le spalle, mentre questo allunga la mano umida di saliva fra le cosce ed inizia a massaggiarsi, senza riuscire a trattenere un verso misero e fragile.
E’ ridicolo, continua a ripetere una voce nella sua testa, eppure Cook non riesce a fermarsi, nemmeno ora che sente l’impulso assurdo di mettersi a piangere assieme a questo ragazzo senza nome e senza colpe. Riesce solamente ad allungare una mano verso la sua nuca e a catturare ciocche bagnate di sudore fra le dita, che accarezza con la delicatezza che non è riuscito ad usare fino ad ora.
La pena che prova non ha più confini: se stesso, il Navigator, l’idea che Abel non avrà mai lo stesso sguardo imbarazzato e confuso che hanno i suoi compagni quando entrano in questo ufficio, consci solo a metà di ciò che li aspetta.
Si sporge a baciargli una spalla.
“Signore…”, lo sente mormorare, e sa che si tratta di un supplica. Quella parola è scivolata sulla lingua e sulle labbra di molti altri Navigator, a volte durante una missione, altre volte su questa stessa scrivania, accompagnata da un sorriso malizioso e da versi di piacere, ma non adesso. Questo ragazzo ha solo paura, e la sua voce trema d’incertezza, debole, debole.
Se lo merita, si dice, eppure E’ ridicolo, sei ridicolo, continua a ripetergli la voce.
Non gli importa.
“Obbedirai al tuo Comandante?”, glielo chiede ad un orecchio.
Il corpo del giovane si scuote senza forza, eppure lo sente annuire rassegnato.
“Voglio sentirlo.”
“… Si Signore.”
“Allora fai quello che ti ho chiesto”, sibila, e intanto impunta due dita in mezzo alle sue scapole e lo spinge in avanti, lo fissa senza dire niente quando il ragazzo allunga una mano per sostenersi contro il bordo del tavolo, e rimane in silenzio anche quando divarica timidamente le gambe e si sporge sulla scrivania, abbassando la testa e chiudendo gli occhi. Persino quando spinge riluttante il primo dito fra le natiche, l’unico rumore che riempie a fatica la stanza è il suo gemito maldestramente catturato in gola.
Il Navigator si prende tutto il tempo per infilare tutto quanto il dito, ma Cook non ha fretta di leggere il suo corpo. Le spalle tese e strette attorno al collo gli suggeriscono tutto il disagio che il ragazzo non ha il coraggio di confessare, e persino la difficoltà con cui si sta penetrando con un solo dito parla più di tutte le parole che potrebbe dirgli.
Se lo fermasse adesso potrebbe ancora sperare di salvare un briciolo di orgoglio per entrambi.
E invece no, non vuole.
Non può.
“Due dita”, ordina, la voce immobile che richiama un brivido sulla schiena del Navigator.
“Si… signore”, risponde l’altro, Cook non è nemmeno sicuro del perché: non gli ha mai chiesto di chiamarlo così, non l’ha mai chiesto a nessuno dei ragazzi che vanno e vengono dal suo ufficio – non a quelli che piega sulla scrivania e si scopa immaginando di essere altrove, almeno. Ma non gli importa nemmeno questo, dopotutto; che lo chiami come vuole, che sia per tentare di mettergli pietà o per farlo contento – non gli importa. Vuole solo scoparlo chiudendo gli occhi e poi mandarlo via come se non fosse mai successo.
Le gambe sottili tremano quando il giovane tenta di infilare un secondo dito accanto al primo. Sente il suono secco e singhiozzato di un lamento, immagina le nocche della sua mano sbiancare attorno al bordo della scrivania e le ciglia inumidirsi di lacrime che spingono per riversarsi sulle guance. “Avanti”, gli dice, “spingi di più, non sono ancora dentro completamente.”
Ed il ragazzo obbedisce. Le dita sprofondano lentamente, costringendo i muscoli a fare spazio senza guadagnarne in cambio nemmeno un briciolo di piacere, solo dolore, solo l’imbarazzo un po’ crudo che può restituire l’idea di star violando il proprio corpo senza volerlo davvero.
Inizia a muovere entrambe le dita avanti indietro, ancora ostinato nel trattenere versi ed intrappolarli in gola, una scelta che Cook scopre di apprezzare, come suggerisce l’erezione crescente sotto la divisa.
“Va bene”, la suo voce schiocca come un frusta ed il ragazzo sussulta, ma non si ferma. “Basta, non ho tutto il tempo del mondo. Girati.” Si gira, le dita umide e tremanti che ha usato per prepararsi ora abbandonate lungo il fianco e lo sguardo, ricolmo di senso di colpa ed imbarazzo, gettato a terra. Cook non dice niente, questa volta; abbassa la zip dei pantaloni e libera l’erezione dalla costrizione della biancheria, ed il ragazzo capisce. Si morde nervosamente un labbro, ma subito cade sulle ginocchia, ad occhi chiusi, lo prende in bocca ed inizia a succhiarlo.
Le sue labbra sono tiepide, la sua lingua veloce, e tutto sommato ci sa fare. Cook chiude la mano a pugno attorno ai suoi capelli e lo sente tremare, eppure sorride piano – non sa bene perché – e si trattiene dal fargli male, accompagnando invece l’oscillare della sua testa con dolcezza, quasi, e lasciandogli il tempo di abituarsi all’intrusione.
Non dura a lungo, la sua pazienza: non ha nemmeno iniziato a sentire il piacere pizzicargli il ventre quando lo spinge via, evitando di incrociare il suo sguardo sbigottito, concentrandosi invece sul rosso acceso delle sue labbra gonfie e sul ritmo frenetico che segue il suo petto quando si alza ed abbassa come se l’aria non fosse mai abbastanza.
“Voglio scoparti”, gli dice, sorprendendosi di quanto sia roca, la sua stessa voce – di quanto ne abbia effettivamente bisogno.
Il ragazzo tace, ha l’aria di una bestia ferita ma incapace di contrattaccare. Lo fa infuriare perché non ha idea di come entrare nella parte, di come fargli credere che non sia chi è davvero, bensì chi Cook pretende che lui sia.
Lo fa infuriare perché non è Abel, ed è ridicolo, perché l’ha scelto perché il suo viso gli ricorda quello di Abel.
“Hai ancora intenzione di obbedire?”, gli chiede, senza pretendere che l’altro lo guardi – ed infatti getta lo sguardo a terra ed esita, ma alla fine annuisce senza far rumore.
Cook piega le ginocchia e si abbassa di fronte a lui, catturandogli le labbra in un bacio. L’eco di un gemito si frappone fra loro ma non basta a convincerlo a lasciarlo andare; gli mordicchia un labbro, poi spinge la lingua fra i denti dell’altro, cercando la sua, che timidamente lo lecca e poi si lascia rincorrere.
Basta così.
Si alza e lo trascina in piedi prendendolo per mano. “E’ l’ultima occasione per uscire da questo ufficio”, gli dice, senza toccarlo più. Glielo legge nel modo in cui allontana gli occhi e stringe le labbra, persino nel riflesso nervoso che gli fa serrare le gambe e strofinarsi le mani contro le cosce – lo sa, non è uno stupido: il giovane vuole del sesso, come tutti i ragazzini della sua età, ma non da lui.
E’ per questo che sente sul palato il sapore amaro di bile quando, infine, il Navigator mormora, con voce traballante, “Sono ai suoi ordini, signore”, come se fosse un automa.
Cook non ricorda più cosa avesse sperato di sentirgli rispondere ma, come infinite altre volte prima di ora, non ha importanza. Fa voltare il ragazzo e lo spinge verso la sedia, fino a che questo non è costretto a sollevare un ginocchio e a poggiarvelo sopra, tenendosi in equilibrio con entrambe le mani aggrappate allo schienale. Da questo momento in poi Cook non vuole più parlare. Gli lascia in mezzo alle scapole un bacio silenzioso e casto e, anche quando le labbra schioccano senza rumore sulla sua pelle e l’altro sussulta piano, non scosta la bocca e rimane lì, appoggiato alla sua schiena, sfiorandogli la nuca e l’attaccatura dei capelli con la punta del naso, fino a quando non lo sente piegarsi appena in avanti, con il respiro accelerato.
Cook chiude gli occhi e sorride per sé. Deve essersi davvero rammollito se ora aspetta persino che i Navigator inizino a rilassarsi prima di scoparseli; anni fa non avrebbe dovuto chiedere, non avrebbe dovuto parlare: l’avrebbe piegato sulla scrivania, con ancora i vestiti addosso, e se lo sarebbe preso frettolosamente, senza nemmeno lasciargli tempo di urlare.
Ora, però, è diverso. Ora gli piace pensare di trovarsi altrove, immaginare di fare l’amore, non di scopare, e anche se il giovane non ha nome lui gliene dà uno, gli concede di essere la persona che ama, per questa volta soltanto. E’ un grande onore. E allora perché continua a trattenere il fiato e le lacrime, questo ragazzo?
Non importa.
Gli entra dentro con la punta e non importa più. La schiena del giovane, che prima gli premeva contro il petto, si inarca percorsa da un tremore, ma Cook lo tiene fermo avvolgendo un braccio attorno al suo bacino e lo stringe contro di sé, contro il petto, baciandogli la punta di un orecchio mentre spinge i fianchi in avanti e lo penetra lentamente fino ad affondare dentro di lui, anche se è così stretto da costringerlo a fermarsi più volte per lasciarlo abituare, per permettere ai suoi muscoli di rilassarsi ed aggiustarsi attorno alla sua erezione. Ad ogni centimetro che guadagna, il ragazzo si lascia sfuggire versi piccoli e strozzati, sempre più sconnessi, fino a quando Cook non l’ha riempito del tutto, e allora lui si concede tempo per riprendere fiato, per raccogliersi attorno al dolore e a quel poco di piacere che riesce a provare. Poi, dopo attimi interi in cui rimangono immobili, il fiato del comandante che si riversa bollente sulla spalla del ragazzo, Cook comincia finalmente a muoversi. Inizia piano, indietreggiando senza fretta per poi affondare di nuovo fino in fondo, e gli piace, nonostante il Navigator sembri incapace di rilassarsi – è come se i suoi muscoli volessero inghiottirlo, e allo stesso tempo ha paura che uscendo del tutto da lui non sarebbe più in grado di penetrarlo di nuovo. Eppure ogni spinta è più ampia, il suo bacino inizia ad oscillare avanti ed indietro, l’apertura del giovane si abitua e sembra modellarsi su di lui, così come la sua voce, inizialmente timida e turbata, poi sempre più sconnessa, interrotta da gemiti lascivi e versi piccoli ma roventi che scivolano loro addosso come zucchero fuso.
Cook si sporge in avanti a baciarlo su una tempia quando il ragazzo si libera di ogni freno e getta il capo all’indietro, sbattendo con violenza la nuca contro la sua spalla. Gli cattura le labbra spalancate, poi, affondandovi la lingua e costringendolo a torcere il collo per ricambiare. Fanno sesso in modo disordinato, perdendo ogni parvenza di ritmo, modellandosi uno sull’altro fino a quando il ragazzo non diventa un corpo minuscolo e convulso, fino a quando ogni spinta, brusca e violenta, non lo fa tremare e cacciare versi di sofferenza mischiata a quel pizzico di piacere che ancora riesce a sentire, e che in fondo il suo corpo gli impedisce di ignorare.
Cook lo fa venire quando scorge la prima lacrima rigargli una guancia, prendendo la sua erezione in mano e iniziando a masturbarlo freneticamente fino a quando non lo sente urlare ingoiando gemiti in gola e lasciandosene sfuggire la maggior parte, mentre sparge schizzi di seme sul tessuto della sedia e si accascia sulle ginocchia tremanti, incapace di rimanere in piedi. Cook lo raggiunge poco dopo, quando ormai nel ragazzo non rimane che fiato e vergogna; lo riempie del proprio sperma e continua a spingere, fino a quando non è speso del tutto, quindi si blocca.
Ha un corpo teso sotto di sé, piccolo e spaventato, fatto di muscoli e carne e bagnato di seme e lacrime. Lo stringe a sé per attimi che vorrebbe fossero infiniti, e lui si lascia abbracciare, sconfitto ed immobile, inseguendo respiri che sembrano non bastare mai.
Alla fine, però, Cook lo lascia andare. Esce da lui e lo guarda accasciarsi sulla sedia mentre si fa sfuggire un ultimo mugolio contrito, quindi solleva i pantaloni ed aggiusta la zip, allungando una mano per cercare gli occhiali che aveva abbandonato sul tavolo. Li indossa senza fretta e si gira di nuovo. Trova il ragazzo in piedi, le braccia strette al petto e strisce di seme che gli colano in mezzo alle cosce, gli occhi umidi e rintanati dietro uno sguardo mortificato che cerca di fingersi solamente timido e imbarazzato.
“Mi – mi scusi, signore”, mormora, la voce quasi troppo sottile per essere udita.
Cook inarca un sopracciglio. “Per quale motivo?”, gli chiede, cercando di nascondere un accenno d’impazienza.
Il ragazzo volge il capo e fa un cenno del mento verso la sedia. “Le ho… sporcato la sedia, signore. Mi spiace”, vorrebbe non darlo a vedere, ma Cook percepisce lo stesso il panico che fa vacillare la sua voce, gli occhi sull’orlo del pianto. Si abbassa e raccoglie il mucchio di vestiti che poco fa lui stesso ha gettato a terra, dopo averlo spogliato.
“Non importa”, glieli porge, e l’altro allunga impacciato un braccio ad afferrarli, tenendo l’altro raccolto al petto come se fosse pronto a contrattaccare o difendersi, se il comandante desse segno di volersi avvicinare ancora. Decide di ignorarlo. Di solito sono molto più grati, i mocciosi che passano di qui, persino quelli più timidi. “Vestiti”, soffia, allungando le dita a sfiorare un fascicolo sulla scrivania. “Ho il tuo rapporto. Appena sei pronto puoi andare, soldato.”
Il giovane annuisce senza forza ed inizia a vestirsi, senza che ci siano più parole fra di loro, senza quasi fare nemmeno rumore. Alla fine si rivolge di nuovo a lui e china il capo, dal lato opposto della scrivania. “Con permesso, signore.”
“Vai pure. La prossima volta che devi fare rapporto su una missione puoi rivolgerti direttamente a Keeler, se preferisci.”
Le guance del ragazzo avvampano, tingendosi di rosso sulle punte. Tutto quel che riesce a dire è un timido, “Signore”, e Cook non riesce a capire se quella che distingue nella sua voce è una punta di sincero sollievo.
Ma, in fondo, nel momento esatto in cui il ragazzo si volte e sguscia via oltre la porta automatica, quando non rimane che silenzio, odioso e confortante, a fargli compagnia, Cook si ripete per l’ultima volta che non gli importa. E torna al lavoro.