[Shingeki no Kyojin] Knees on Red
May. 15th, 2015 11:37 pmFandom: Shingeki no Kyojin
Pairing: Erwin/Levi
Rating: NSFW
Avvertimenti: Bondage, D/s lieve, fluff da far schifo
Wordcount: 2181 (FDP)
Cosa sto per leggere: Erwin che lega Levi, sostanzialmente. Fluff alert. Rischio di diabete.
Scritta per la seconda settimana delle Badwrong Weeks di
maridichallenge.
In ginocchio, come la prima volta, solo che ora non c’è fango sui suoi vestiti, né l’odore nauseante della città sotterranea a rivoltargli lo stomaco, bensì una distesa di moquette rosso cremisi su cui potrebbe giacere per ore ed il sapore di baci consumati ancora sulle labbra. C’è la stessa persona davanti a lui, però, in piedi come la prima volta.
Levi respira piano in modo che il suo corpo rimanga immobile come la scultura che dovrebbe essere. C’è un senso di liberazione che non riuscirebbe a tradurre in parole nel modo in cui le corde gli sfregano contro la pelle ad ogni minuscolo movimento, nella minuzia con cui è stato messo in gabbia e nella pochissima voglia che ha di uscirne – persino nel buio cieco a cui è costretto dietro la benda che gli copre gli occhi, anche lì si sente al sicuro, anche lì è libero come non potrebbe mai esserlo quando non ha corde a legarlo.
Non esiste rumore nell’ufficio del comandante, ma Levi sa che lui è proprio lì, di fronte al suo corpo deliziosamente esibito, e che i suoi occhi stanno divorando l’opera d’arte che ha appena creato. Può quasi vedersi, anche se ha gli occhi bendati, perché è così facile tracciare le linee che seguono le corde sulla sua pelle, immaginare esattamente quale sia la vista che si riversa nelle pupille di Erwin in questo istante: Levi ha le braccia piegate e conserte una sull’altra dietro la schiena, la canapa che inizia a stringerlo appena sotto le clavicole ed attorno alle spalle, ricongiungendosi in nodi eseguiti alla perfezione, avvolgendogli i polsi e gli avambracci come maniche di una camicia di forza intarsiata direttamente sulla pelle. Persino il bacino ed il ventre sono abbracciati da intrecci di corde che si avvicinano e si allontano in una danza statica, tendendosi senza sforzo sul suo corpo piccolo e secco, lasciando segni rossi che se ne andranno via fin troppo facilmente. E’ in ginocchio, come la prima volta, ed i giri di canapa che tengono legate le cosce ai polpacci gli impediscono di muoversi in alcun modo. E se anche ne fosse in grado, ha nodi persino attorno ai testicoli e alla base dell’erezione a convincerlo a rimanere immobile.
“Levi”, la voce di Erwin è talmente improvvisa da togliergli fiato, e gli scivola addosso come acqua bollente. Brucia, ma ne vuole ancora, ancora, ancora.
Levi schiude le labbra ma non ha davvero il coraggio di fiatare, per non rischiare di rovinare questo momento, adesso che è tutto così perfetto.
Eppure, “Levi”, ripete l’altro, la voce di pochissimo più bassa. “Voglio che tu sappia che sei meraviglioso e che se potessi ti terrei così per sempre.”
E’ di fianco a lui, adesso, lo sente un po’ più vicino, ed ormai è stato privato così tante volte della vista e del movimento che ha imparato a leggere nel buio i suoi spostamenti, a seguire sensazioni ed istinto per non perderlo mai. Deve raccogliere tutta la forza di volontà che ha in corpo per reprimere l’impulso di voltarsi – se solo potesse farlo – ed implorarlo di parlare di nuovo, fosse anche solo per chiamare il suo nome una sola volta di più. Alla fine, però, Levi sa che solo rimanendo immobile otterrà la sua ricompensa, e la ricompensa è tutto ciò attorno a cui gravita il suo mondo, adesso.
Erwin si abbassa alla sua destra, pericolosamente vicino. Lo sfiora su una guancia con le labbra, la curva inconfondibile di un sorriso a contatto con la sua pelle, bollente. “Vorrei che potessi vederti”, soffia, prima di allontanarsi di nuovo e lasciandolo solo a fare i conti con brividi tutti nuovi che tendono le corde e sfregano sui segni già disegnati sul corpo, ricalcandoli e tracciandone altri.
Ricorda ancora i primi tempi, quando non riusciva a stare fermo nemmeno mentre Erwin iniziava ad avvolgergli i polsi e le caviglie con le corde. Forse aveva paura, o forse, stupidamente, il suo orgoglio faticava ad accettare una simile gabbia per il corpo, questi infiniti voti di silenzio, perché credeva che fosse un gioco e niente di più. Ora non riesce a farne a meno; la semplicità dell’accettazione con cui ha abbracciato questo ruolo lo disarma e lo libera di ogni pensiero superfluo, allo stesso tempo. E’ consapevole di avere su Erwin un potere pari o persino maggiore di quello che il comandante ha su di lui, ma non è nemmeno per questo che lo fa. Si lascia legare perché lo vuole lui prima di tutto. Si lascia legare per svuotarsi di ogni cosa, perché si fida, perché c’è qualcuno a prendersi cura di lui, perché quando i nodi vengono sciolti e ha le braccia e le gambe indolenzite e si abbandona all’abbraccio di Erwin, non riuscirebbe a trovare qualcosa che potrebbe renderlo più felice.
Perché, dopotutto, il suo corpo non può farne a meno.
“Sei stato bravo questa sera”, i complimenti di Erwin sono già tutto ciò di cui ha bisogno, eppure allo stesso tempo non riesce ad averne mai abbastanza. Non dice niente ma vorrebbe implorarlo, non è nemmeno sicuro di cosa.
Si lascia sorprendere da un bacio che gli si posa delicato sulle labbra – ormai è talmente inebriato dalla sua voce e dai suoi silenzi che non riesce più a indovinare dove sia. Non può fare a meno di sussultare, le labbra schiuse contro quelle dell’altro e le gambe che tremano, tirando le corde contro le cosce ed attorno all’erezione, abbastanza da strappargli un lamento minuscolo e frustrato.
“Ti ho sorpreso”, sibila Erwin, deliziato. “Non succede spesso. Sei distratto?”
“No”, dice, prontissimo. “Mai.”
“Bravo”, lo bacia di nuovo, questa volta su una spalla, accanto al segno indelebile lasciato dalle cinghie della divisa per la manovra tridimensionale. Il contatto è fresco sul bollente, un sollievo che gli scioglie tutti i muscoli. “Sei talmente bravo da meritarti più di quanto possa darti.”
Levi schiude la bocca in un’espressione estatica nel momento esatto una cui entrambe le mani di Erwin trovano riposo sulle sue cosce; lo sente passare distrattamente i polpastrelli sulla corda ruvida e poi spingersi dove la pelle è nuda ed imperlata di sudore, accarezzarlo piano come se volesse alleviare un dolore che non prova nemmeno. “Come posso fare, Levi?”, si sente domandare. Sta per impazzire.
“Qualsiasi cosa”, la voce che non ha usato per tutta la sera gli sfrega ruvida e secca contro il palato, quasi muta. “Va bene tutto”, continua, a corto di fiato.
“Ma voglio ricompensarti bene”, incalza l’altro.
Levi tenta di scuotere il capo, ma tutto quello che ci guadagna sono corde che si avvinghiano ancora di più nella carne abbracciando le spalle ed il petto come un amante troppo possessivo. “E’ tutto perfetto, io –“, gli muore ogni suono in gola ed ha bisogno di riempire i polmoni, fermarsi e riprovare.
Erwin si sporge su di lui, talmente vicino da respirargli direttamente sul l’orecchio, accanto a cui si fermano le sue labbra. “Voglio che dormi nella mia stanza questa notte”, glielo confida come se fosse un segreto preziosissimo.
“Solo se me lo lasci fare anche domani”, trova la forza di rispondere, trascinando una curva sulle labbra gonfie di desiderio. La risata di Erwin rischia di farlo impazzire, però.
“Così ti vizio troppo.”
“Hai detto che sono stato bravo.”
“Sei sempre bravo”, sibila più dolcemente, la voce che gli trema contro una guancia prima che Levi lo senta allontanarsi di nuovo. “Adesso però resta in silenzio”, continua Erwin, “l’unico suono che voglio sentire sono i versi che farai.”
Levi non si prende la briga di annuire, eppure ha bisogno di riempirsi i polmoni sollevando il petto più di quanto i nodi che gli si intrecciano addosso gli permettano. Quando sente il tocco leggero ed esperto delle dita di Erwin che iniziano a maneggiare le corde alla base della sua erezione non emette nemmeno un suono, anche se ha paura che il rumore assordante che sente contro i timpani – quello del suo cuore che sta impazzendo – possa in qualche modo arrivare alle orecchie del comandante. Ma sembra di no, dopotutto, dal momento che l’altro continua a sciogliere l’anello di canapa senza farvi cenno; fra di loro cala un silenzio fatto d’intimità e promesse che nessuno dei due osa interrompere, nemmeno quando Levi sente il respiro caldo di Erwin solleticargli la punta dell’erezione. Divide le labbra e lascia che il gemito che ne esca non faccia più rumore di un respiro liberatorio, così il comandante decide di premiarlo con piccoli baci che lo percorrono per tutta la lunghezza mentre sfila via la corda, liberandolo completamente.
“Adesso puoi fare tutto il rumore che vuoi”, risale verso le sue labbra e glielo soffia direttamente lì, concedendogli infine un bacio che Levi rincorre disperato. Più per un suo impaziente bisogno che per fare felice Erwin, si lascia sfuggire un gemito che si riversa nella gola dell’altro; quando sente la sua bocca piegarsi silenziosamente in un sorriso compiaciuto, non può fare a meno di sorridere a sua volta.
Erwin inizia a masturbarlo con movimenti ampi e pazienti, troppo lenti per spingerlo già da subito oltre il limite, ma abbastanza pigri da farlo impazzire del tutto. Getta il capo all’indietro e rinuncia definitivamente allo sforzo di trattenere i primi, piccoli versi che si sente nascere dal basso ventre e poi vibrare in gola. Ogni volta che il pugno di Erwin si spinge fino alla base della sua erezione ritta e bagnata gli regala un gemito nuovo ed un poco più forte, ed è esattamente questa l’unica regola del loro gioco: si rincorrono solamente per lasciarsi afferrare, senza paura di cedere controllo, con la sola consapevolezza che alla fine otterranno entrambi ciò per cui hanno tanto pazientemente aspettato.
“Se tu non venissi mai potrei davvero tenerti così per sempre”, Erwin lo bacia sulle labbra ma Levi non riesce nemmeno a chiudere la bocca spalancata per ricambiare, fa fatica persino a mettere insieme qualche parola.
“Ma se vengo, domani puoi legarmi ancora”, fiata, il petto che si solleva trascinandosi dietro i nodi. “Voglio che mi leghi ancora, Erwin.” Si sente mordere un labbro e geme, geme forte, più forte di quanto abbia fatto fino ad ora, avvicinandosi pericolosamente all’orgasmo. “Erwin”, lo chiama senza più la forza in corpo di trattenere le ondate di estasi che iniziano a scompigliare qualsiasi equilibrio e a fargli tremare le ginocchia. “Erwin”, ripete disperato, la voce più alta, una supplica.
“Levi, non trattenerti”, l’altro gli soffia ad un orecchio, ed è tutto ciò di cui ha bisogno per lasciarsi finalmente travolgere da un orgasmo improvviso e violento, talmente totalizzante da annientare il morso impietoso delle corde che si stringono e tendono su ogni centimetro del suo corpo scosso e tremante, lo intrappolano ancora di più e lo marchiano di altri segni che Erwin si premurerà senza dubbio di leccare via.
Il suo respiro spezzato e frenetico è l’unico rumore a riempire la stanza, ormai. Vorrebbe lasciarsi cadere per terra, speso, ed addormentarsi proprio lì, sulla moquette cremisi, con la testa appoggiata al grembo del suo comandante e nessun pensiero ad affollare la mente.
E invece no, un paio di braccia lo raccolgono ed un bacio lungo e dolce lo riallaccia alla realtà. Per prima cosa, Erwin lo libera della benda sugli occhi. Levi si ritrova a sbattere le ciglia e serrare le palpebre, ormai disabituato alla luce, per quanto soffusa, eppure il sorriso grande e contento fra le guance del comandante non gli sfugge per nulla. “Ora ti slego”, lo sente mormorare, e non osa fiatare mentre le sue mani grandi e gentili percorrono i centimetri infiniti di canapa, sciogliendo nodi e trascinando via le corde, accarezzando ogni volta i segni rimasti dove la stretta è stata più decisa. “Ti fa male?”, gli chiede mentre gli libera le braccia e le accompagna lungo i fianchi, massaggiandole piano. Levi scuote il capo e non riesce a fare nient’altro, se non abbandonare la testa contro il petto dell’altro.
Quando è finalmente del tutto nudo e libero, Erwin lo raccoglie fra le braccia e lo porta fino al divano, accucciandosi al suo fianco. Gli lascia un bacio sulla fronte prima di abbracciarlo di nuovo e raccoglierlo contro il petto.
“Mi stai soffocando, non vorrai uccidermi proprio adesso”, mugugna Levi, eppure non riesce a fare a meno di sorridere ed allungare le braccia indolenzite attorno alle spalle dell’altro.
“E poi cosa faccio senza di te?”, lo sente rispondere, la voce soffocata contro la sua spalla.
“Già, infatti, poi cosa fai?”
Erwin ride, la sua solita risata bassa e sottile che sembra sempre nascondere qualcosa – ma non a Levi, a lui mai.
“Posso portarti in camera in braccio, così?”
“Non ci provare”, e lui ci prova, invece, a tirare su qualcosa di simile ad un broncio molto serio, eppure tutto quello che ne guadagna è un’altra risata da parte di Erwin. E’ così felice e così stanco che tutto il resto – il mondo assurdo annidato là fuori, in agguato – non esiste più. E’ al sicuro fra le braccia dell’unica persona al mondo che seguirebbe nel baratro più nero. E’ vivo. E’ felice.
Pairing: Erwin/Levi
Rating: NSFW
Avvertimenti: Bondage, D/s lieve, fluff da far schifo
Wordcount: 2181 (FDP)
Cosa sto per leggere: Erwin che lega Levi, sostanzialmente. Fluff alert. Rischio di diabete.
Scritta per la seconda settimana delle Badwrong Weeks di
In ginocchio, come la prima volta, solo che ora non c’è fango sui suoi vestiti, né l’odore nauseante della città sotterranea a rivoltargli lo stomaco, bensì una distesa di moquette rosso cremisi su cui potrebbe giacere per ore ed il sapore di baci consumati ancora sulle labbra. C’è la stessa persona davanti a lui, però, in piedi come la prima volta.
Levi respira piano in modo che il suo corpo rimanga immobile come la scultura che dovrebbe essere. C’è un senso di liberazione che non riuscirebbe a tradurre in parole nel modo in cui le corde gli sfregano contro la pelle ad ogni minuscolo movimento, nella minuzia con cui è stato messo in gabbia e nella pochissima voglia che ha di uscirne – persino nel buio cieco a cui è costretto dietro la benda che gli copre gli occhi, anche lì si sente al sicuro, anche lì è libero come non potrebbe mai esserlo quando non ha corde a legarlo.
Non esiste rumore nell’ufficio del comandante, ma Levi sa che lui è proprio lì, di fronte al suo corpo deliziosamente esibito, e che i suoi occhi stanno divorando l’opera d’arte che ha appena creato. Può quasi vedersi, anche se ha gli occhi bendati, perché è così facile tracciare le linee che seguono le corde sulla sua pelle, immaginare esattamente quale sia la vista che si riversa nelle pupille di Erwin in questo istante: Levi ha le braccia piegate e conserte una sull’altra dietro la schiena, la canapa che inizia a stringerlo appena sotto le clavicole ed attorno alle spalle, ricongiungendosi in nodi eseguiti alla perfezione, avvolgendogli i polsi e gli avambracci come maniche di una camicia di forza intarsiata direttamente sulla pelle. Persino il bacino ed il ventre sono abbracciati da intrecci di corde che si avvicinano e si allontano in una danza statica, tendendosi senza sforzo sul suo corpo piccolo e secco, lasciando segni rossi che se ne andranno via fin troppo facilmente. E’ in ginocchio, come la prima volta, ed i giri di canapa che tengono legate le cosce ai polpacci gli impediscono di muoversi in alcun modo. E se anche ne fosse in grado, ha nodi persino attorno ai testicoli e alla base dell’erezione a convincerlo a rimanere immobile.
“Levi”, la voce di Erwin è talmente improvvisa da togliergli fiato, e gli scivola addosso come acqua bollente. Brucia, ma ne vuole ancora, ancora, ancora.
Levi schiude le labbra ma non ha davvero il coraggio di fiatare, per non rischiare di rovinare questo momento, adesso che è tutto così perfetto.
Eppure, “Levi”, ripete l’altro, la voce di pochissimo più bassa. “Voglio che tu sappia che sei meraviglioso e che se potessi ti terrei così per sempre.”
E’ di fianco a lui, adesso, lo sente un po’ più vicino, ed ormai è stato privato così tante volte della vista e del movimento che ha imparato a leggere nel buio i suoi spostamenti, a seguire sensazioni ed istinto per non perderlo mai. Deve raccogliere tutta la forza di volontà che ha in corpo per reprimere l’impulso di voltarsi – se solo potesse farlo – ed implorarlo di parlare di nuovo, fosse anche solo per chiamare il suo nome una sola volta di più. Alla fine, però, Levi sa che solo rimanendo immobile otterrà la sua ricompensa, e la ricompensa è tutto ciò attorno a cui gravita il suo mondo, adesso.
Erwin si abbassa alla sua destra, pericolosamente vicino. Lo sfiora su una guancia con le labbra, la curva inconfondibile di un sorriso a contatto con la sua pelle, bollente. “Vorrei che potessi vederti”, soffia, prima di allontanarsi di nuovo e lasciandolo solo a fare i conti con brividi tutti nuovi che tendono le corde e sfregano sui segni già disegnati sul corpo, ricalcandoli e tracciandone altri.
Ricorda ancora i primi tempi, quando non riusciva a stare fermo nemmeno mentre Erwin iniziava ad avvolgergli i polsi e le caviglie con le corde. Forse aveva paura, o forse, stupidamente, il suo orgoglio faticava ad accettare una simile gabbia per il corpo, questi infiniti voti di silenzio, perché credeva che fosse un gioco e niente di più. Ora non riesce a farne a meno; la semplicità dell’accettazione con cui ha abbracciato questo ruolo lo disarma e lo libera di ogni pensiero superfluo, allo stesso tempo. E’ consapevole di avere su Erwin un potere pari o persino maggiore di quello che il comandante ha su di lui, ma non è nemmeno per questo che lo fa. Si lascia legare perché lo vuole lui prima di tutto. Si lascia legare per svuotarsi di ogni cosa, perché si fida, perché c’è qualcuno a prendersi cura di lui, perché quando i nodi vengono sciolti e ha le braccia e le gambe indolenzite e si abbandona all’abbraccio di Erwin, non riuscirebbe a trovare qualcosa che potrebbe renderlo più felice.
Perché, dopotutto, il suo corpo non può farne a meno.
“Sei stato bravo questa sera”, i complimenti di Erwin sono già tutto ciò di cui ha bisogno, eppure allo stesso tempo non riesce ad averne mai abbastanza. Non dice niente ma vorrebbe implorarlo, non è nemmeno sicuro di cosa.
Si lascia sorprendere da un bacio che gli si posa delicato sulle labbra – ormai è talmente inebriato dalla sua voce e dai suoi silenzi che non riesce più a indovinare dove sia. Non può fare a meno di sussultare, le labbra schiuse contro quelle dell’altro e le gambe che tremano, tirando le corde contro le cosce ed attorno all’erezione, abbastanza da strappargli un lamento minuscolo e frustrato.
“Ti ho sorpreso”, sibila Erwin, deliziato. “Non succede spesso. Sei distratto?”
“No”, dice, prontissimo. “Mai.”
“Bravo”, lo bacia di nuovo, questa volta su una spalla, accanto al segno indelebile lasciato dalle cinghie della divisa per la manovra tridimensionale. Il contatto è fresco sul bollente, un sollievo che gli scioglie tutti i muscoli. “Sei talmente bravo da meritarti più di quanto possa darti.”
Levi schiude la bocca in un’espressione estatica nel momento esatto una cui entrambe le mani di Erwin trovano riposo sulle sue cosce; lo sente passare distrattamente i polpastrelli sulla corda ruvida e poi spingersi dove la pelle è nuda ed imperlata di sudore, accarezzarlo piano come se volesse alleviare un dolore che non prova nemmeno. “Come posso fare, Levi?”, si sente domandare. Sta per impazzire.
“Qualsiasi cosa”, la voce che non ha usato per tutta la sera gli sfrega ruvida e secca contro il palato, quasi muta. “Va bene tutto”, continua, a corto di fiato.
“Ma voglio ricompensarti bene”, incalza l’altro.
Levi tenta di scuotere il capo, ma tutto quello che ci guadagna sono corde che si avvinghiano ancora di più nella carne abbracciando le spalle ed il petto come un amante troppo possessivo. “E’ tutto perfetto, io –“, gli muore ogni suono in gola ed ha bisogno di riempire i polmoni, fermarsi e riprovare.
Erwin si sporge su di lui, talmente vicino da respirargli direttamente sul l’orecchio, accanto a cui si fermano le sue labbra. “Voglio che dormi nella mia stanza questa notte”, glielo confida come se fosse un segreto preziosissimo.
“Solo se me lo lasci fare anche domani”, trova la forza di rispondere, trascinando una curva sulle labbra gonfie di desiderio. La risata di Erwin rischia di farlo impazzire, però.
“Così ti vizio troppo.”
“Hai detto che sono stato bravo.”
“Sei sempre bravo”, sibila più dolcemente, la voce che gli trema contro una guancia prima che Levi lo senta allontanarsi di nuovo. “Adesso però resta in silenzio”, continua Erwin, “l’unico suono che voglio sentire sono i versi che farai.”
Levi non si prende la briga di annuire, eppure ha bisogno di riempirsi i polmoni sollevando il petto più di quanto i nodi che gli si intrecciano addosso gli permettano. Quando sente il tocco leggero ed esperto delle dita di Erwin che iniziano a maneggiare le corde alla base della sua erezione non emette nemmeno un suono, anche se ha paura che il rumore assordante che sente contro i timpani – quello del suo cuore che sta impazzendo – possa in qualche modo arrivare alle orecchie del comandante. Ma sembra di no, dopotutto, dal momento che l’altro continua a sciogliere l’anello di canapa senza farvi cenno; fra di loro cala un silenzio fatto d’intimità e promesse che nessuno dei due osa interrompere, nemmeno quando Levi sente il respiro caldo di Erwin solleticargli la punta dell’erezione. Divide le labbra e lascia che il gemito che ne esca non faccia più rumore di un respiro liberatorio, così il comandante decide di premiarlo con piccoli baci che lo percorrono per tutta la lunghezza mentre sfila via la corda, liberandolo completamente.
“Adesso puoi fare tutto il rumore che vuoi”, risale verso le sue labbra e glielo soffia direttamente lì, concedendogli infine un bacio che Levi rincorre disperato. Più per un suo impaziente bisogno che per fare felice Erwin, si lascia sfuggire un gemito che si riversa nella gola dell’altro; quando sente la sua bocca piegarsi silenziosamente in un sorriso compiaciuto, non può fare a meno di sorridere a sua volta.
Erwin inizia a masturbarlo con movimenti ampi e pazienti, troppo lenti per spingerlo già da subito oltre il limite, ma abbastanza pigri da farlo impazzire del tutto. Getta il capo all’indietro e rinuncia definitivamente allo sforzo di trattenere i primi, piccoli versi che si sente nascere dal basso ventre e poi vibrare in gola. Ogni volta che il pugno di Erwin si spinge fino alla base della sua erezione ritta e bagnata gli regala un gemito nuovo ed un poco più forte, ed è esattamente questa l’unica regola del loro gioco: si rincorrono solamente per lasciarsi afferrare, senza paura di cedere controllo, con la sola consapevolezza che alla fine otterranno entrambi ciò per cui hanno tanto pazientemente aspettato.
“Se tu non venissi mai potrei davvero tenerti così per sempre”, Erwin lo bacia sulle labbra ma Levi non riesce nemmeno a chiudere la bocca spalancata per ricambiare, fa fatica persino a mettere insieme qualche parola.
“Ma se vengo, domani puoi legarmi ancora”, fiata, il petto che si solleva trascinandosi dietro i nodi. “Voglio che mi leghi ancora, Erwin.” Si sente mordere un labbro e geme, geme forte, più forte di quanto abbia fatto fino ad ora, avvicinandosi pericolosamente all’orgasmo. “Erwin”, lo chiama senza più la forza in corpo di trattenere le ondate di estasi che iniziano a scompigliare qualsiasi equilibrio e a fargli tremare le ginocchia. “Erwin”, ripete disperato, la voce più alta, una supplica.
“Levi, non trattenerti”, l’altro gli soffia ad un orecchio, ed è tutto ciò di cui ha bisogno per lasciarsi finalmente travolgere da un orgasmo improvviso e violento, talmente totalizzante da annientare il morso impietoso delle corde che si stringono e tendono su ogni centimetro del suo corpo scosso e tremante, lo intrappolano ancora di più e lo marchiano di altri segni che Erwin si premurerà senza dubbio di leccare via.
Il suo respiro spezzato e frenetico è l’unico rumore a riempire la stanza, ormai. Vorrebbe lasciarsi cadere per terra, speso, ed addormentarsi proprio lì, sulla moquette cremisi, con la testa appoggiata al grembo del suo comandante e nessun pensiero ad affollare la mente.
E invece no, un paio di braccia lo raccolgono ed un bacio lungo e dolce lo riallaccia alla realtà. Per prima cosa, Erwin lo libera della benda sugli occhi. Levi si ritrova a sbattere le ciglia e serrare le palpebre, ormai disabituato alla luce, per quanto soffusa, eppure il sorriso grande e contento fra le guance del comandante non gli sfugge per nulla. “Ora ti slego”, lo sente mormorare, e non osa fiatare mentre le sue mani grandi e gentili percorrono i centimetri infiniti di canapa, sciogliendo nodi e trascinando via le corde, accarezzando ogni volta i segni rimasti dove la stretta è stata più decisa. “Ti fa male?”, gli chiede mentre gli libera le braccia e le accompagna lungo i fianchi, massaggiandole piano. Levi scuote il capo e non riesce a fare nient’altro, se non abbandonare la testa contro il petto dell’altro.
Quando è finalmente del tutto nudo e libero, Erwin lo raccoglie fra le braccia e lo porta fino al divano, accucciandosi al suo fianco. Gli lascia un bacio sulla fronte prima di abbracciarlo di nuovo e raccoglierlo contro il petto.
“Mi stai soffocando, non vorrai uccidermi proprio adesso”, mugugna Levi, eppure non riesce a fare a meno di sorridere ed allungare le braccia indolenzite attorno alle spalle dell’altro.
“E poi cosa faccio senza di te?”, lo sente rispondere, la voce soffocata contro la sua spalla.
“Già, infatti, poi cosa fai?”
Erwin ride, la sua solita risata bassa e sottile che sembra sempre nascondere qualcosa – ma non a Levi, a lui mai.
“Posso portarti in camera in braccio, così?”
“Non ci provare”, e lui ci prova, invece, a tirare su qualcosa di simile ad un broncio molto serio, eppure tutto quello che ne guadagna è un’altra risata da parte di Erwin. E’ così felice e così stanco che tutto il resto – il mondo assurdo annidato là fuori, in agguato – non esiste più. E’ al sicuro fra le braccia dell’unica persona al mondo che seguirebbe nel baratro più nero. E’ vivo. E’ felice.